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FIGHT YOUR OWN WAR: POWER ELECTRONICS AND NOISE CULTURE

Fight Your Own War: Power Electronics and Noise Culture
Written by Futurismi

La seconda puntata della nostra rubrica “futu-libri” è dedicata al libro di Jennifer Wallis, Fight Your Own War, ovvero “Sull’arte di portare avanti le proprie battaglie”, uscito quest’anno su Headpress. L’autrice appartiene a quella categoria di appassionati di musica che trova importante mettere la propria passione nero su bianco, in questo caso per il power electronics e per la cosiddetta “noise culture”, un concetto, quest’ultimo, particolarmente ampio e di difficile trattazione. Il lettore si porrà istintivamente due domande: cosa sia il power electronics e, ancor meno scontato, cosa sia la “noise culture”. Ci sono molti modi di rispondere. Jennifer Wallis, storica inglese e appassionata fan del genere dagli anni ’90, piuttosto che parlarcene in termini diacronici, lo fa in termini sincronici, ricorrendo al modello della fanzine.

Ufficialmente agli inglesi Whitehouse, originariamente formati da William Bennett e Philip Best, viene attribuita la paternità di un genere che estremizza ulteriormente il linguaggio della musica industriale, portandolo alle sue estreme conseguenze, in termini testuali così come non-musicali. Il power electronics vive in un limbo in cui, allo stesso tempo, si relaziona con le produzioni dei Throbbing Gristle così come col noise strictu sensu, standovi nel mezzo, in un costante dialogo tra le parti. Perversioni sessuali, sadismo, serial killers…questi, almeno inizialmente, sono i temi tipicamente affrontati dai due inglesi, ma il power electronics è anche fredda analisi della società, della guerra, del concetto di libertà e soprattutto provocazione, perché è attraverso questa che gli artisti power electronics cercano di risvegliare il pensiero dormiente e accondiscendente nei confronti di tutto quello che la società ci propone quotidianamente.

E musicalmente? Sarebbe meglio parlare di non-musica, di anti-musica, perché si tratta di puro flusso rumoristico, opportunamente distorto e manipolato da musicisti-sciamani, talvolta infarcito da vocals anch’esse ultra-distorte, che sovrasta l’ascoltatore. La sua bellezza sta nella sua purezza espressiva e nella sua forza incompromissoria e prorompente, ma in questa fuga da qualsiasi compromesso risiede, talvolta, il suo limite, perché se è vero che il suono, libero da paletti ritmici, non conosce confini, è anche innegabile che la compulsiva ripetizione di una “formula vincente” sia dietro l’angolo, e il genere non ne è esente.

Perché leggere ed analizzare a fondo questo libro quando alcune pubblicazioni nostrane se ne sono, sebbene marginalmente, già occupate? Si pensi alla traduzione, da parte di Paolo Bandera (Sigillum S, SSHE Retina Stimulants), dello storico “Manuale di cultura industriale” (“Industrial Culture Handbook”) di V. Vale, o all’esperimento di Giovanni Rossi “Industrial [r]evolution”, a “Rumori sacri” o ai riferimenti di Antonello Cresti in “Solchi Sperimentali Italia”, non dimenticando il nuovissimo “POST-industriale: la scena italiana degli anni ’80”, scritto da Marcello Ambrosini e del quale abbiamo parlato tempo fa sulle nostre pagine, rimanendo sul suolo italiano.

Il fatto che Jennifer Wallis sia una storica e non una musicista o una critica musicale fa sì che il suo libro non sia strettamente focalizzato sulla produzione musicale dei singoli artisti, quanto anche e soprattutto sulla dimensione sociale e performativa della musica, complice anche il fatto che la scrittrice inglese non è l’unica autrice di questi brevi saggi, ma la persona che ha curato il progetto e che ha poi messo assieme pezzi del puzzle spesso scritti da altre persone, aventi ruoli diversi all’interno della cosiddetta scena “power electronics”. Si pensi a Mikko Aspa (attivo musicalmente come Grunt, Nicole 12 ma anche Deathspell Omega, che gli amanti del Black Metal avranno almeno sentito nominare, ma anche e soprattutto fondatore della Freak Animal Records), autore di un saggio sulla storia del genere in Finlandia, o all’australiano Ulex Xane (attivo come Streicher e molti altri progetti), autore di un saggio sulla storia del genere in Australia.

Si pensi ai saggi di Richard Stevenson, fondatore degli arcinoti “Noise Receptor Journal” e “Spectrum Magazine”, sul ruolo delle fanzines di settore (il suo pane quotidiano) e sul “messaggio” della musica power electronics, così come alle sue dettagliate e coinvolgenti recensioni, o all’approfondimento socio-musicale sugli “Harsh noise walls” a cura di Clive Henry. Tanti, troppi da nominare – e da esplorare in questa sede – i temi trattati, le varie angolazioni dalle quali è possibile osservare questa musica, divise in tre macrosezioni.

La prima, “Scenes”, inutile dirlo, si focalizza sulle scene nazionali, dalla Finlandia all’Australia, dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna, passando anche e ovviamente per l’Italia (Andrew Cooke analizza il capolavoro di Maurizio Bianchi “Symphony for a genocide”). Ogni saggio include, come appendice, una recensione che analizza uno specifico dettaglio o una scena attraverso l’analisi di dischi storici, più o meno recenti e più o meno conosciuti, come Confessions of a Sex Maniac dei Werewolf Gerusalem.

La seconda, “Experience and performance”, si focalizza invece sulla dimensione performativa della musica power electronics e sull’esperienza vissuta dall’ascoltatore, ed è anche la più variegata, per via dell’ampiezza dell’analisi. Si passa da un capitolo incentrato sul potere della performance ad un altro sulla storia del noise britannico che, è bene ribadirlo, è un genere differente dal power electronics, attraverso quella dello storico Termite Club di Leeds, noto soprattutto agli inglesi.

Molto interessanti sono anche l’analisi sociale del noise giapponese e la già citata riflessione filosofica sugli Harsh noise walls, sottogenere a sé basato su lunghissimi “brani” apparentemente non soggetti a variazioni, e così via. Completano questa sezione un interessante saggio su Cut Hands, la nuova direzione intrapresa da William Bennett in seguito all’archiviazione del progetto Whitehouse, un capitolo sul processo creativo, e le già citate recensioni, dai Schloss Tegal ai Consumer Electronics più recenti.

La terza ed ultima, “Readings”, si focalizza su saggi riguardanti in maniera più dettagliata la “noise culture” riportata nel titolo del libro. Il già citato storico del genere Richard Stevenson analizza il significato del power electronics, soffermandosi in particolar modo su una collaborazione tra Genocide Organ (progetto fondamentale ai fini della comprensione di questa musica) e The Grey Wolves, mentre Sonia Dietrich analizza il rapporto tra musica e genere. E’ innegabile, ascoltando certe produzioni, notare tematiche e cover artworks definibili come “misogine”, ma se da un lato questo riguarda un numero molto esiguo di artisti, dall’altro, come evidenziato da Spencer Grady, anche se sembra difficile pensarlo, il power electronics ha in sé una certa connotazione umoristica.

La chiusura del libro è affidata ai riferimenti. L’Italia può considerare come motivo di vanto l’inclusione, da parte della Wallis così come di molti altri scrittori, dell’avanguardistico libro del futurista Luigi Russolo dal titolo “L’arte dei rumori” del 1913, citato come il primo vero pioniere della musica noise e industriale, grazie alla creazione dell’Intonarumori, ma non è questa la sede per fare questo genere di approfondimenti. Lasciamo che la curiosità muova il lettore. Allo stesso modo, è interessante come venga citato il fondamentale testo di Alexander Reed dal titolo “Assimilate: A critical history of industrial music”, pubblicato tre anni fa. Il libro di Reed è un ottimo complemento al libro della Wallis per comprendere lo scenario attuale della musica power electronics e post-industrial.

Un libro frutto del risultato della scrittura di molti addetti ai lavori affascina anche per la ricchezza degli stili espressivi utilizzati: più informale, quasi vicino allo slang, negli articoli della Wallis, più filosofico nei capitoli centrali, più formale in quelli di impronta maggiormente storica. Non lo troverete nelle librerie, ma dovrete richiederlo direttamente alla Headpress o all’autrice. Avrete un cd in formato digitale, inviatovi via e-mail, contenente alcuni brani selezionati dall’autrice, che vi accompagneranno, prima, durante e dopo la lettura del libro.

Nonostante l’analisi contenutistica di “Fight Your Own War”, Kevin Matthew Jones, nel suo saggio “Talking About Noise: The Limits of Language”, in cui riporta la conversazione avuta con un non avvezzo al genere durante un festival in cui erano in scaletta progetti power electronics, conclude degnamente: “Perhaps, ultimately, language can’t represent the experience of listening to noise. Go listen to some”.


Fight Your Own War, or better saying “On the art of carrying forward our battles” (Headpress 2016). Jennifer Wallis belongs to the category of music passionates who think it’s important writing about it, in this case hers is the passion for power electronics and the so called “noise culture”, a particularly wide and not easy to cover in its entirety thread. The reader would instinctively ask himself two questions: the first is what power electronics is, while the second, more difficult to explain, is what “noise culture” identifies. More than one answer could be given. Jennifer Wallis, English historian and passionate fan of this music since ‘90s, rather than writing an history of music, prefers an approach similar to that used in fanzines, covering different aspects of this music and linking them.

Officially England-based Whitehouse, which members in their early days were William Bennett and Philip Best, are considered the fathers of a musical style taking to the extreme the language of industrial music, both in its lyrics and its music. Power electronics can be considered staying halfway between Throbbing Gristle and early industrial music pioneers sound and noise music, in a neverending dialogue with them. Sexual perversions, sadism, serial killer stories…these, initially, were the main topics faced by the two English musicians, but it is also interested in making a cold analysis of society, of war, of freedom, but, above all, in provoking people, as it’s the tool through which power electronics artists try to awaken people sleeping and compliant consciousness towards what society daily gives us.

And what about music? It would be better talking about non-music, anti-music, as it’s pure noise flow, distorted and manipulated by musicians-shamans, sometimes adding ultra-distorted vocals / screams, looming the listener. Its beauty can be found both in its expressive purity and in its overflowing and uncompromising strength, but this refusal of any compromise is sometimes its greatest limit, as although it’s a fact that sound freed from any rhythmic pattern doesn’t have boundaries, it’s also true that the compulsive repetition of a “successful formula” it’s a problem. This could be said for power electronics too.

Why reading and deeply analyzing this book, considering that also some Italian books covered partially the argument? Let’s think about Paolo Bandera (Sigillum S, SSHE Retina Stimulants) translation of the historic “Industrial Culture Handbook” written by V. Vale, or about Giovanni Rossi’s experiment “Industrial [r]evolution”, “Rumori sacri” or Antonello Cresti’s specific chapters on his “Solchi Sperimentali Italia”, not forgetting the new Marcello Ambrosini’s book “Post-industriale: La scena italiana degli anni ’80, reviewed some days ago on these pages.

Being an historian and not a musician nor a music critic allows Jennifer Wallis and her book not to strictly focus on the discography and the career of single artists, making us think about the social and performance context of power electronics and noise. Also, she isn’t the only writer of these “short” essays, while being the one who took care of the project and who put together the pieces of the puzzle; it is written by several people, playing different roles within the so called “power electronics scene”. Let’s think about Mikko Aspa (active with music projects such as Grunt and Nicole 12, but also Deathspell Omega, surely known by Black Metal lovers, and the founder of Freak Animal Records), author of an essay focused on the history of the sene in Finland, or about Australian musician Ulex Xane (known as Streicher and other projects), who wrote about the history of the musical style in Australia.

Let’s think about Richard Stevenson’s essays as well – founder of well-known journals “Noise Receptor Journal” and “Spectrum Magazine” – focused on the role played by music fanzines (his daily “work”) and on the “meaning” of power electronics music, as well as about his very detailed and engaging reviews, or also about Clive Henry’s social-music in-depth analysis of “Harsh noise walls”. It’s impossible and useless to speak in-depth about every chapter of the book, they’re a lot. Too much possible angles from which observe what this music is. They’re divided in three macro sections.

The first section, “Scenes”, useless to say, focuses on the national music scenes, from Finland to Australia, from United States to Great Britain, without forgetting Italy (Andrew Cooke analyzes Maurizio Bianchi’s masterpiece “Symphony for a genocide”). Each essay includes, as appendixes, a review analyzing a specific detail or a scene by means of analyzing historic albums, more or less recent and more or less known, such as Werewolf Gerusalem’s Confessions of a Sex Maniac.

The second section, “Experience and performance”, is focused on the performative dimension of power electronics music and on the listener’s experience, and it’s also wider than the other ones, as there’s a lot to say. It includes a chapter focused on the power of performance as well as another focused on the history of Great Britain noise music through that of an historic Leeds-based club, the Termite, better known in England than in Italy; this one, it’s important to say it, it’s different from pure noise music.

Very interesting are as well the social analysis of the so called “japanoise” and the already mentioned philosophic thoughts about Harsh noise walls, a subgenre based on very long “compositions” apparently with no variations, and so on. This section also includes an interesting essay about Cut Hands, the new William Bennett’s project which has followed the disbandment of Whitehouse, as well as a chapter covering noise creative process and the already mentioned reviews, such as Schloss Tegal and more recent Consumer Electronics.

The third and last section, “Readings”, focuses on essays regarding in-depth “noise culture”, that’s part of the book title. The already mentioned power electronics historian Richard Stevenson analyzes the meaning of power electronics, focusing in particular on a collaboration between Genocide Organ (a fundamental project you should listen in order to fully understand this music) and The Grey Wolves, while Sonia Dietrich analyzes the relation between music and gender. It’s undeniable, listening to some albums, that people could notice topics and cover artworks that could be defined as “misogynous”; on the one hand here are relatively few, on the other hand, as highlighted by Spencer Grady, even if it seems difficult to think so, power electronics has some humour in itself.

The ending of the book contains several booklists and online references. Italian Futurist Luigi Russolo, writer of 1913 “The Art of Noises”, can be proudly considered, recognized by Wallis and several other writers, as the very first pioneer of noise and as well industrial music, thanks to the creation of the “Intonarumori”, a sort of experimental gear, but that’s not the best article to talk about this. We let the reader read with curiosity what it is about. Likewise, it’s interesting how the fundamental book written by Alexander Reed, titled “Assimilate: A critical history of industrial music”, published three years ago, is mentioned. Reed’s book is a very good addition to Wallis one, in order to understand the current power electronics and post-industrial (Reed) scenario.

A result of the effort of several people engaged within the scene is interesting even for the richness of language styles used: less formal, almost close to slang, in Wallis’s articles, more philosophical in the middle chapters, more formal in those “historical”. You won’t find it in the bookstores, but you’ll have to request it directly from Headpress or from the author. You’ll receive a digital cd too, sent by e-mail, containing some songs selected by the author to accompany your reading and not only that.

Although the content analysis of “Fight Your Own War: Power Electronics and Noise Culture”, Kevin Matthew Jones, in his essay titled “Talking About Noise: The Limits of Language”, writes about a conversation he had with a guy not into noise music, during a music festival which featured power electronics projects, and it worthily ends: “Perhaps, ultimately, language can’t represent the experience of listening to noise. Go listen to some”.

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