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FUTURISMI Label Pit // Yerevan Tapes

Written by Futurismi

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Dietro ogni grande artista c’è una grande label, e dietro una grande label devono per forza esserci delle grandi menti: è arrivato finalmente il momento di celebrare chi si occupa non solo di musica, ma anche di concept, idee, design e tutto ciò che è relativo allo spazio musicale ad una scala più ampia. Per questo motivo oggi siamo felici di presentarvi una nuova sezione, tutta dedicata alle nostre label preferite, in cui cercheremo di approfondire sia tramite interviste che mix cosa c’è dietro (e dentro) a queste scatole speciali.

Vi presentiamo un nuovo mix, questa volta tutto dedicato a una delle più interessanti ed innovative label indipendenti italiane: la Yerevan Tapes. Per l’occasione, abbiamo intervistato, in esclusiva per Futurismi, Andrea Napoli e Silvia Guescini, responsabili dell’etichetta. È venuta fuori una bella discussione sulle prospettive future di quella musica che oggi spazia dalla psichedelia, al rumorismo sino alla musica post-industriale.

Andrea e Silvia come e quando nasce l’idea di creare la Yerevan Tapes? Da dove deriva il nome?

Nel 2011 Silvia stava preparando un esame di Lingua e letteratura armena, di lì il pretesto del nome. In quel particolare frangente è stato Yerevan, ma sarebbe potuto essere il nome di un altro luogo. Il punto è proprio il toponimo come significato più che significante, quell’immagine personalissima di un posto immaginato. Il perché della sua nascita, come più o meno sempre accade, va invece ricercato nel bisogno di supportare una realtà di cui si è innanzitutto fruitori. Cercare di promuoverla e investirci non solo emotivamente con i propri ascolti o la propria presenza, ma anche materialmente.

La YT sembra muoversi su terreni legati alla psichedelica, se pur mescolata con un’attitudine post-industrial e rumorista, con un occhio di riguardo per le produzioni italiane. Pensate che si possa parlare di una “tradizione” abbastanza consolidata nella musica alternativa italiana, un approccio trasversale ai generi che in questi ultimi anni sta tornando prepotentemente sulla scena, se pur in chiave sotterrane e (forse) legata all’interesse di pochi iniziati?

Premettendo che nessuno di noi due è il massimo esperto di musica italiana e quindi potrebbero esserci sfuggiti dei passaggi importanti, ci verrebbe da dire che la capacità di unire tradizioni e sensibilità diverse, che magari riprendano lavori degli anni ’70, ’80 e anche ’90, sia una caratteristica tutto sommato recente. È la grande sfida di questi anni Duemila quella di sapere rielaborare il passato col nuovo, oggi più di vent’anni fa. Quindi sì, il pubblico si è andato restringendo (anche perché la proposta non è certo delle più easy listening), ma la potenzialità trasversale è più massiccia oggi che mai.

Credete che gruppi italiani come Ain Soph, soprattutto nelle loro prime produzioni più orientate all’occulto, abbiano aperto la strada a fenomeni come l’Italian Occult Psichedelia? Personalmente, mi ha sempre colpito come all’estero gli Ain Soph e tutta una serie di gruppi tra neofolk e musica post industrial (Foresta di Ferro, Recondita stirpe, Camerata Mediolanese, ecc) siano molto più famosi e considerati (almeno in certi ambienti) di gruppi “rock” indie italiani che sono dei perfetti sconosciuti fuori dai confini del Bel Paese.

Da un punto di vista storico act come Ain Soph, LAShTAL, Vox Populi!, come anche tutta la scuola industriale italiana (da MB in giù) rappresentano senza dubbio un precedente importante per un fenomeno come l’Italian Occult Psichedelia. La cosa buffa è come al contempo molti degli artisti legati all’Italian Occult Psichedelia stessa non si ritrovino in questo parallelismo. È vero che da un punto di vista estetico e musicologico l’Italian Occult Psichedelia ha intenti e finalità diverse, eppure spesso sorprende la totale assenza di riferimenti ai gruppi di cui sopra. Si è sempre fatto un gran parlare dei compositori italiani di Libray Music e poco del patrimonio industrial nazionale, in parte a ragione, ma non notare una continuità tra le primissime produzioni degli Ain Soph e certe cose odierne sembra un po’ miope. Sarà che la maggior parte degli artisti del giro Italian Occult Psichedelia non arriva dall’industrial né sicuramente apprezza il neo-folk come genere.

La YT ha, sin dai suoi esordi, messo assieme diverse suggestioni sonore: dall’elettroacustica, alla psichedelica sino a certi “esotismi” post-industriali che a volta mi ricordano un po’ le cose di gruppi come 23 Skidoo, Coil e, ovviamente, i Cabaret Voltaire di Three Mantras. Forse la musica del futuro passa anche attraverso un recupero di certe fondamentali esperienze passate. Ascoltando alcune produzioni della YT siamo proiettati in una dimensione futuribile, quasi inesplorata, ma al contempo archetipica. Forse un certo tipo di musica può aprire anche ad una diversa consapevolezza del tempo, meno diretta e lineare. Che ne dite?

Sicuramente la componente archetipica è centrale nel lavoro di una label come la nostra, non a caso il motto, per così dire, di Yerevan è Record Label for Sacred Music. L’intento è da sempre quello di indagare le dimensioni più, appunto, archetipiche della produzione artistica e musicale, quelle più trascendenti e in questo senso sì, la parte più futuribile è un tutt’uno con quella più recondita e spirituale. Che si tratti di una declinazione in senso pre-cristiano (Father Muphy, Heroin In Tahiti, Mai Mai Mai) o nordico-pagano (Grøn e altri artisti che a breve si aggiungeranno) non importa: la volontà di estrarre la matrice più profonda e radicale del processo creativo supera i confini del tempo inteso in senso lineare per rimandare a una dimensione iperborea dove i simboli sono eternamente presenti e dove è possibile rimodellarli all’infinito perché infinito è il loro significato.

Quello che mi colpisce delle uscite della YT è la capacità di guardare al futuro e un’apertura verso la sperimentazione sonora che non rinuncia a muoversi in un sostrato iconologico legato al mediterraneo, al medio oriente e all’Italia. Pensate che in un futuro i legami tra i paesi che si affacciano sul mediterraneo diverranno più forti, anche in musica? In fondo ci sono tratti culturali comuni al di là delle (ancora forti) divisioni politiche, economiche e religiose. Così come il nord Europa ha un suo immaginario di riferimento in musica -penso evidentemente al metal, al neofolk e certe sonorità post-industriali che hanno un interesse verso l’etenismo- non credete che anche i popoli del mediterraneo dovrebbero riscoprire ancora di più le loro radici, magari anche in una prospettiva identitaria che recupera culti e tradizioni antiche, pre-cristiane magari?

In primo luogo va detto che una certa riscoperta è già ampiamente in essere. Il lavoro fortemente evocativo fatto da alcuni degli artisti del filone Italian Occult Psichedelia e l’interesse riscontrato in paesi disparati, dall’Inghilterra alla Grecia, ne è un primo esempio. Al contempo sull’altra sponda del Mediterraneo esperienze come quelle di Mdou Moctar e il lavoro etno-musicologico del giro Sahel Sounds rappresentano un’ulteriore volontà in questo senso. Il limite principale, che è poi quello che fa differire queste esperienze della quelle nord-europee, è il contesto in cui esse avvengono. Un contesto, quello mediterraneo, spesso duramente segnato da conflitti interni, povertà, disparità economiche radicali. In paesi benestanti come la Germania o Svezia e Norvegia un recupero artistico, anche quando contraddittorio, delle proprie radici pre-moderne ha avuto luogo perché le condizioni sociali ed economiche lo hanno reso possibile, ma quando hai dei problemi ben più urgenti da fronteggiare, la possibilità di indagare i segreti identitari del passato rischia di sfumare. E anche qualora qualcuno decida di cimentarsi in questi ambiti è comunque difficile che abbia i mezzi per esportare la propria produzione artistica e mostrarla agli occhi del mondo.
Come detto poc’anzi però, Yerevan non è un’etichetta dedita esclusivamente ad un’estetica, per così dire, mediterranea. Quello che ci interessa sono le infinite possibilità di svelare i simboli del sacro in musica, a prescindere dalla chiave di lettura che il singolo artista intende adottare. German Army con la sua rivisitazione delle tradizioni mediorientali in chiave necessariamente californiana ne è un esempio lampante.

Piani futuri per la YT?

Passato lo scorso mese di marzo, che è stato piuttosto intenso con le uscite di Arbre du Ténéré, Virtual Forest e Raazgrad, stiamo lavorando sulla tarda primavera. Fra maggio e giugno usciranno due 12” entrambi dalle fredde terre svedesi, rispettivamente un EP per Isorinne, (metà del duo tech-ambient D.Å.R.F.D.H.S.) e un LP firmato dal poliedrico collettivo Råd Kjetil Senza Testa. Dopo l’estate avremo sicuramente nuove uscite anche se ora è ancora presto per parlarne.

Also available on Youtube:

Tracklist:

01. SKEPPET – Fåglarnas Samtal (Solförmörkelse, 2010)
02. HEROIN IN TAHITI – Alo (Yerevan Tapes, 2014)
03. RAZGRAAD – Neu Tanz (Yerevan Tapes, 2016)
04. VON TESLA – City Lights (Enklav, 2015)
05. UMANZUKI – Porta II (Yerevan Tapes, 2015)
06. ABUL MOGARD – Bound Universe (Ecstatic, 2015)
07. MAI MAI MAI – Εὐφρόνη (excerpt) (Yerevan Tapes, 2014)
08. RM – LW (Cemento Ind., 2014)
09. GIANNI GIUBLENA ROSACROCE – Negromanzia #3 (Yerevan Tapes, 2011)
10. TARQUIN MANEK – Sassafras Gesundheit (Blackest Ever Black, 2015)

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