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Intervista a Razgraad e teaser trailer del suo nuovo album: “The Ideology Of Pessimism”

Written by Futurismi

Siamo lieti di presentare, in esclusiva per Futurismi, il nuovo teaser trailer realizzato per l’imminente secondo album di Razgraad, in uscita il 21 novembre 2017 per Yerevan Tapes (YER028). Per l’occasione, abbiamo realizzato anche una piccola intervista all’artista bolognese.

The Ideology Of Pessimism è la nuova uscita di Razgraad. È la sospensione tra due vite possibili, la stasi inevitabile e paradossale all’interno della trasformazione. Dopo i riti/miti pagani di The Water Towers, questo secondo lavoro è un rituale magico isolazionista e situazionale rispetto alla condizione estrema dell’Io individuale. Razgraad si allontana da pure strutture ambientali, muovendosi su territori fatti di ruvidità drone-metal e suggestioni industrial-dub, ritmi ostinati e un intenso lavoro sull’idea di Riff. The Ideology Of Pessimism è pura doomtronica nera.

1) Partiamo dalla prima domanda: che significato si cela dietro il tuo moniker, Razgraad?

Razgrad è il nome di una città bulgara, crocevia di popoli e teatro di scontri nel corso dei secoli. Razgrad è segno di lotta, dove popoli differenti si sono battuti tra loro per scrivere una propria traccia. Immagino la mia musica come un terreno di scontro, dove forze diverse si combattono, perché no, anche fagocitandosi. In danese gråd significa “grido”, altra immagine delle energie che, nella lotta, scrivono una propria traccia sonora. Durante un aperitivo, mentre parlavamo di viaggi possibili, venne fuori il fatto che Razgrad dovesse essere la città oscura per eccellenza. “-grad” indica “città”, che, se si vuole, è una delle immagini più evocative del limite dell’azione dell’uomo, di quando questo incontra e si scontra con l’ambiente. Qual è il compito di un musicista se non quello di disegnare lo scarto tra il “rumore” e il “suono”, tra l’ambiente sonoro entropico e quello organizzato? Razgraad, è un limite che separa un fronte interno, teatro di cannibalismi musicali e un fronte esterno, di entropia sonora. Razgraad è un antro resiliente che lotta per farsi spazio, un interstizio che bilancia, un limite che risente dei contraccolpi e, reagendo, trasforma.

2) Puoi dirci qualcosa sul titolo dell’album? A cosa si riferisce “The Ideology Of Pessimism”?

Per raccontare “The Ideology of Pessimism”, bisogna fare un passo indietro, tornare alla mia prima uscita su Yerevan Tapes e riferirsi al pezzo “From Bear To Wolf”. “From Bear To Wolf” parla, musicalmente, di una trasformazione tra due forze, distinte e parimenti pericolose. Tra la prima e l’ultima fase di un cambiamento, inevitabilmente, ci si trova a essere uno strano ibrido delle due parti o nessuna di esse. Ad esempio Black Out/The Sun, uno dei nuovi pezzi, vive un paradosso sin dal titolo e dà voce alla stasi che corre tra due fasi estreme. Nel momento statico o ibrido di sospensione dell’Io si genera l’ideologia del pessimismo, la spina dorsale per lo sviluppo dei brani, il controllo necessario a bilanciare il caos nell’ibrido. L’ideologia del pessimismo dà forma al pensiero, permette all’antro di prendere posizione, indica il momento in cui il limite resiliente si espande o si contrae. Uso il termine pessimismo perché la linea estetica che ha dato forma e ha disegnato questo nuovo album è quella oscura, glaciale, fredda, l’unica linea possibile per far fronte alle forze rivali di cui ti parlavo.

3) Nella press release che accompagnava il tuo nuovo album si parlava di “doomtronica nera”. È un riferimento anche a certe sperimentazioni dark ambient di marca post-industrial o altro?

Sono convinto che quanto abbiamo ascoltato durante alcuni anni della nostra vita trovi sempre il modo di reincarnarsi in altre forme, ripresentandosi nelle più disparate intuizioni e soluzioni. Post-industrial e dark ambient non sono di ascolti passati, anzi sono tra le musiche che continuano ad accompagnare il mio percorso e che, con ogni probabilità, riemergono nei lavori di Razgraad, anche se mai come elemento puro. Lo stesso discorso vale per l’idea di musica ambientale più vicina alle sperimentazioni della musica cosmica. Sappiamo tutti che non vi può essere un distinguo netto tra l’eredità kraut e quella industriale. Detto ciò, doomtronica va letto soprattutto in riferimento ai pezzi del nuovo album, che fa tesoro della mia esperienza da strumentista e legge il medium elettronico come strumento che cerca una sua versatilità all’interno di un concetto di estremo in musica, elemento legato al senso di epicità o di ritualità, come accade sia nel post-industrial, ma anche in un certo black metal.

4) Rispetto al tuo esordio del 2016, The Water Towers, il nuovo lavoro sembra permeato da sonorità altrettanto cupe e dissonanti, ma c’è anche un’apertura verso melodie più curate. Penso soprattutto a brani come “Pentalpha Cavities” e “HoarWoodsDivine”, in cui s’intravede una passione per il mondo delle colonne sonore. Puoi dirci qualcosa su questo? Vi sono film che hanno ispirato maggiormente il tuo ultimo lavoro e, in generale, il tuo immaginario?

Quando lavoro alla struttura di un brano, ragionare per immagini sonore per me è un processo innato. Questo non vuol dire che sia una condizione senza la quale la mia musica non riuscirebbe a manifestarsi. Tuttavia, ragionare per immagini è un processo compositivo che mi risulta molto naturale. Da qui all’arrivare alle colonne sonore è un attimo. Il mio rapporto con la musica da film è senza troppi veli un rapporto di amore incondizionato, che mi porto dall’adolescenza. Una scrittura che sento ancora incredibilmente potente a livello evocativo è quella di Angelo Badalamenti per Twin Peaks. Ho sempre amato il suo lavoro sull’accostamento di strumenti acustici e sintetizzatore ad “interpretare” parte dell’orchestra.

Tra i musicisti che catturano la mia attenzione trovo la coppia Trent Reznor – Atticus Ross di spiccato interesse (penso alle musiche per Gone Girl di David Fincher, ad esempio). Il lavoro di Sakamoto per The Revenant incontra sicuramente il mio gusto in fatto di scrittura minimale: è efficace, in perfetto equilibrio con il girato del film. La musica di John Carpenter – così come i suoi film – è un elemento ricorrente nei miei ascolti, assieme alle composizioni di Ennio Morricone per The Thing o alla colonna sonora di Lucifer Rising, composta da Jimmy Page e poi rifiutata dal regista Kenneth Anger.

Oltre alla musica scritta per il cinema, è il pensiero cinematico in musica che mi coinvolge particolarmente. “The Ideology Of Pessimism” non ha una sola visione cinematografica che ha ispirato la stesura,contiene piuttosto una pluralità di cluster cinematici e sonori, recenti e trascorsi, volontari e casuali, che abitano i brani e danno anch’essi forma al lavoro nel suo complesso.

5) Progetti per il futuro?

Dato che se n’è parlato, pensare di scrivere nuove musiche in relazione al visivo o al cinematografico è senza dubbio una strada da percorrere. Credo, poi, che il progetto principale sia quello di portare il più possibile in giro la mia cassetta accompagnata dal mio live. Razgraad ha bisogno di spazio e volume. Trovo che una tra le bellezze del fare musica sia quella di poter rielaborare i propri pezzi, per donare loro una nuova voce con l’esecuzione dal vivo. Mi piacciono quei musicisti che riescono a rendere un concerto un’esperienza unica, anche distante dal materiale registrato. Il live porta sempre con sé nuove strutture e nuove articolazioni, permette a chi fa musica di continuare a esplorare il proprio materiale sonoro, di donargli un corpo nuovo: dalla forma “brano” alle forme possibili, dilatate nel tempo e collocate nello spazio.

 

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