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REPORT // Berlin Atonal 2015

Written by Futurismi

L’Atonal è finito da poco più di un mese ed abbiamo ancora tutti nelle orecchie e negli occhi gli echi e le immagini di questo festival incredibile. A partire dalla location: il Kraftwerk Halle. L’ex centrale termica – all’interno della quale si trova anche il Tresor – è la classica struttura dall’architettura industriale, cupa e fredda, interamente realizzata in cemento armato. Entrando l’atmosfera è surreale, la (poca e curata) illuminazione ed il fumo creano la giusta suspance, proiettando in una dimensione al di là dello spazio e del tempo. Al piano terra trovano spazio le installazioni e lo stage Null, dove il festival si sposterà ogni sera dopo mezzanotte. Salendo due imponenti giri di scala in cemento si arriva al main stage. Quello che doveva essere l’ambiente principale della centrale è uno spazio dal soffitto altissimo in fondo al quale campeggia un enorme schermo per i visuals posizionato inusualmente in posizione verticale.
Il tipo di persone che si aggirano per il Kraftwerk Halle è vario e variopinto, quasi a rimarcare quanto Berlino sia aperta e all’avanguardia anche sotto questo punto di vista. Il pubblico è estremamente composto e concentrato durante le performance, ed è un vero piacere notare così tante persone riunitesi per ascoltare.
Il festival è chiaramente una calamita per artisti, DJ e producers di ogni parte del mondo. Può capitare quindi di imbattersi nei performers che prendono da bere al bar, che chiacchierano in giardino o incontrarli mentre rientrano in hotel in metro; il che trasmette quel senso di evento non (solo) commerciale ma anche e soprattutto di aggregazione e scambio. All’Atonal ci si siede per terra, ci si sdraia facendosi trasportare dalla musica ma si può anche ballare noncuranti degli altri.
L’organizzazione si è dimostrata ampiamente all’altezza, l’unica pecca rilevante si è rivelata il non combaciare del programma con le varie timetables stampate/pubblicate/distribuite.
Passando alle preformance i cinque giorni si sono rivelati emozionanti ed intensi. L’Atonal non è un semplice festival e al contrario di quanto si possa pensare richiede molto impegno e dedizione nel restare concentrati su tutte le esibizioni.
Pronti-partenza-via la cosa che colpisce maggiormente è la qualità e perfezione della sonorizzazione audio nonostante la vastità e particolarità dell’ambiente.
DAY 1: Scorre via liscio l’ambientamento, sul main stage spiccano le performance di Alessandro Cortini + Lawrence English con Immediate Horizont tutti incredibilmente ispirati, mentre allo stage Null la chiusura di Roly Porter si rivela da togliere il fiato.
DAY 2: Vede inizialmente protagonisti Jebanasam + Tarik Barri con Continuum in una spettacolare performance con suoni e atmosfere stranianti accompagnate da visual azzeccatissimi. Seguono i Sums, progetto di Kanding Ray con Barry Burns dei Mogwai che risulterà una delle cose più incredibili e shockanti dell’intero festival. Il main stage viene chiuso dalla performance di Varg che ha presentato Ivory Towers. I visuals erano i primi con immagini che richiamassero il mondo reale, campi di lavanda mossi dal vento, una donna misteriosa dai capelli neri, l’immagine di un aeroporto. Colori freddi per una performance violenta che vanta la presenza di Puce Mary, Non si poteva chiedere di più!
L’Atonal è un rincorrersi di esibizioni una migliore dell’altra, e soprattutto una più intensa dell’altra. Lo stage Null presenta lo showcase della Diagonal(+friends) rende merito all’incredibile vena di Powell che delizia il pubblico con uno dei suoi set più variegati e sorprendenti che ci capiti di ricordare. Energia e presenza scenica da vendere, Powell riesce a farci sgranchire le gambe e muovere i fondoschiena un po’ intorpiditi mandandoci a casa entusiasti e divertiti, pronti per gli aftershow del Tresor.
DAY 3: Per il main stage è forse il giorno più energico: Peder Mannerfelt, Mike Parker, Powell (live questa volta) e Ugandan Methods (Regis + Ancient Methods). Powell si rivela ancora una volta l’idolo della folla, sia per le sue capacità sia per le sue condizioni non proprio sobrissime; mentre gli Ugandan Methods regalano un live veramente incredibile, di quelli che valgono l’intero prezzo del biglietto (nel caso qualcuno al terzo giorno ancora ne avesse memoria). Anche in questo caso la scelta dei visual è ricercata e sapiente, vengono scelti loop tratti dal film La passione di Giovanna D’Arco, 1928 di Carl Theodor Dreyer che contribuiscono a creare un clima di suggestione unico e straniante.
Lo Stage Null mette invece in scena lo showcase Northern Elecronics nel quale merita una menzione d’onore l’esibizione di Varg definibile trascendentale. La violenza, le frequenze toccate e la presenza ancora una volta di Puce Mary hanno trasformato l’ultima ora del Day 3 in un viaggio ipnotico e meditativo. Sedersi per terra (tra la polvere) chiudere gli occhi e lasciarsi rapire cadendo in una sorta di trance è stato forse il momento della serata (e forse del festival). Non contenti, ripresi dalla trance, giù a sentire 2 ore di Regis che ha letteralmente ribaltato un Tresor decisamente troppo pieno, caldo e claustrofobico, ma soprattutto, assolutamente inadatto a contenere il pubblico del festival. Ed effettivamente gli aftershow – perlomeno i più meritevoli – si sono rivelati tutti troppo affollati. In buona sostanza la sala del Tresor si è rivelata inadatta ad ospitare eventi estivi, perlomeno di questa portata.
DAY 4: Si parte subito col botto. Alessandro Cortini presenta “Sonno”. Dopo di lui Shed ha intrattenuto il pubblico con un live degno della sua fama e della sua classe, praticamente un animale ai controlli, fa ballare, perdere in luoghi lontani del pensiero e poi risvegliare bruscamente. Allo stage Null spiccano le performance di Polar Inertia e dei Lakker – sempre più alfieri del nuovo che avanza – con la loro prima mondiale di “Tundra”.
DAY 5: La serata perfetta. Un Samuel Kerridge immenso con la sua performance semplicemente indescrivibile, accompagnata da visuals che proiettavano sinistre ombre sull’enorme schermo verticale. Lustmord prepara invece più che degnamente a raggiungere l’apice con Ben Frost. Che tutto “Aurora” sia un mezzo capolavoro e un successo conclamato è chiaro e lampante, ma la location e l’impianto/sonorizzazione hanno reso giustizia non solo alla performance ma ad un album che se possibile suonato live si è rivelato ancora di più in tutta la sua potente bellezza. I visuals giocati su luci e fumo hanno oltretutto contribuito a creare un paesaggio realmente mistico e surreale. Infine i Clock DVA hanno messo la ciliegina sulla torta alla serata.
Dopo averlo vissuto si può dire che ad oggi l’Atonal non è un festival, ma IL festival a cui si deve partecipare se ci si vuole rendere conto di cosa voglia dire fare avanguardia musicale, sperimentare, coinvolgere ed emozionare. Abbiamo visto gente sorridere ad occhi chiusi e avere le lacrime a quegli stessi occhi; ballare o saltare, rimanere assorta a “meditare” per 5 giorni. L’Atonal è forse uno dei pochi festival a cui valga la pena partecipare superata una certa fase.
Ci vediamo l’anno prossimo (?).

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