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POST-INDUSTRIALE – La scena italiana anni ’80

Written by Futurismi

Inauguriamo la nostra rubrica dedicata alle recensioni di “futu-libri” con il testo di Marcello Ambrosini, Post-industriale – La scena italiana anni ’80, in uscita ora per Goodfellas. Un lavoro che, pur guardando al passato, può aprire a interessanti scenari per comprendere la musica del presente ed ispirare le nuove generazioni future di musicisti e appassionati di certe sonorità ed estetiche. L’autore arriva a colmare un vuoto nella storia della musica del Bel Paese con un testo che finalmente racconta il fenomeno della scena Industrial nazionale, ampiamente conosciuta e stimata, forse più all’estero che in patria. Non che siano mancati contributi all’argomento, dall’appendice, curata da Paolo Bandera, all’edizione italiana del Manuale di Cultura industriale di Re/Search (Shake edizioni, 1998) o, almeno in parte, il libro Rumori Sacri che raccontava in dettaglio la storia di realtà storiche come Ain Soph, Rosemary’s Baby, Sigillum S e Atrax Morgue. Il libro di Ambrosini, però, è la guida definitiva e più completa a tutti i gruppi e progetti emersi in Italia nel corso degli anni Ottanta e quindi è la lettura indispensabile per chi vuole conoscere alla perfezione il fenomeno musicale e la controcultura underground alla base della musica (post) industriale italica.

Ambrosini, dopo l’ottima introduzione a firma Luther Blissett (chi si celerà mai dietro questo nome collettivo?), apre il suo libro con dei cenni storici sulla storia del rumorismo, in particolare Luigi Russolo e i Futuristi, l’invenzione del theremin, Cage, ecc. Successivamente, inquadra la rivoluzione Industrial internazionale, emersa alla fine degli anni Settanta con l’incontro fortuito tra lo spirito del punk e la fascinazione per il rumorismo e, più in generale, le avanguardie artistiche del primo Novecento, in un’ottica contro-culturale nutrita delle distopie e dai grandi rimossi della modernità .

In Italia siamo arrivati “futuristicamente” primi, o quasi, nello scardinare la musica occidentale e i suoni armonici con “l’arte dei rumori”, già nei primi del Novecento. Ambrosini sottolinea giustamente come anche il lavoro di artisti italiani come Maurizio Bianchi era, all’epoca, pienamente contemporaneo all’emergere della scena Industrial primigenia (75-81). Al suo esordio nel 1979, infatti, Bianchi era solito farsi chiamare Sacher-Pelz ed era attivo anche come critico su fanzine carbonare, che hanno preparato il terreno per la nascita della cultura post-industriale in Italia negli anni Ottanta.

Molto interessante e utile la cesura che opera Ambrosini indicando nella nascita del Power Electronics (Whitehouse, Ramleh) e nell’industrial esoterico (Psychic Tv, Current 93) l’emergere delle principali (ma non uniche) forme post-industriali. Lo stesso Bianchi con dischi come Symphony For A Genocide (1981) e Menses (1982) diventerà uno dei riferimenti di tutta la scena e di tutto il versante estremo e noise della musica industriale, quello più disincantato e nichilista che indagava sul lato oscuro dell’Occidente e sul pericolo di un pensiero tecnocratico volto ad obnubilare l’Essere.

Altro gruppo italiano con un valore indiscutibile anche livello internazionale, sono stati i Pankow, attivi ancora oggi. Anche qui, come ci ricorda Ambrosini, siamo pienamente in linea con l’emergere dell’EBM con quella cassetta Throw Out Rite uscita nel lontano 1983, quindi solo un anno dopo Geography dei Front 242 e nello stesso anno di Basic Pain Procedure dei Nitzer Ebb. L’EBM come genere si consoliderà solo qualche anno più tardi, intorno all’84-89 con pochissima fortuna in Italia, ad esclusione dei pionieri Pankow, comunque sempre più seguiti all’estero e nel nord Europa che in patria.

Sul versante rumorista concreto alla Einstürzende Neubauten/Test dept, le Officine Schwartz sono stati e sono tutt’ora un progetto interessantissimo e unico per quanto riguarda la scena nazionale che ha coniugato i suoni delle fabbriche con la musica popolare italiana e i canti operai, con spettacoli che mettevano assieme teatro, danza e performance.

officine schwartzOfficine Schwartz.

Elencare i molti gruppi e progetti underground presi in esame da Ambrosini sarebbe arduo e forse nemmeno necessario in questa sede. Seguendo l’impostazione del libro citiamo almeno la prima generazione post-industriale italiana con Tasaday, F:ar, Temografia Assiale Computerizzata, Lyke Wake, Giancarlo e Massimo Toniutti, Lieutenant Murnau di Vittore Baroni e i primissimi lavori di M.T.T (Mauro Teho Teardo), giusto per fare qualche nome di assoluto rilievo. Tutti questi progetti avevano un’incredibile capacità di costruire reti di cooperazione a distanza, decenni prima della comparsa d’internet.

Al di là del valore musicale dei singoli lavori, era interessante lo spirito alla base della scena: niente presuntosi “artisti” da teatro o da colonna sonora per “indie-hipsters” borghesi e conformisti, ma, all’opposto, operai della controcultura, aggressivi, trasgressivi e assolutamente non buonisti; capaci di scandalizzare sul serio e per questo relegati violentemente ai margini. Niente articoli o recensioni su La Repubblica o il Corriere della sera o webzine compiacenti, quanto stucchevoli. Si sperimentava ma senza bisogno di rivendicarlo, era semplice e umile DIY di matrice punk che però si muoveva liberamente e coraggiosamente fuori dagli angusti steccati del rock, anni luce lontani dal mainstream o dalla tv.

Interessante e degna di nota anche la divisione per capitoli che opera Ambrosini con una sezione dedicata alla scena Power Electronics e un’altra sul post Industrial esoterico. Sono gli ambiti principali in cui la scena italiana si è mossa. Da una parte c’era una pars destruens noise, nichilista e abrasiva, dall’altra il tentativo di andare oltre, magari anche di riscoprire radici nascoste e un aldilà rispetto al deserto del reale, l’apatia del quotidiano senza futuro, nella moderna società italiana (non che quella attuale sia migliorata, anzi…).

Gli Ain Soph assieme ai Sigillum S, ad esempio, sono stati dei veri pionieri che hanno ispirato gruppi e progetti ritual industrial dagli anni Ottanta a oggi. Non a caso, proprio gli Ain Soph sono stati considerati dei punti di riferimento importanti per famosi progetti esteri martial-neofolk come Der Blutharsch o Blood Axis.


Il libro si conclude con la seconda generazione post industriale che muoveva i primi passi alla fine degli Ottanta preparando così la strada al decennio successivo: Nightmare Lodge, CCC CNC NCN, tra i tanti.

Il libro di Ambrosini potrebbe avere tranquillamente un seguito, questa volta magari dedicato ai Novanta e al nuovo Millennio, ad Atrax Morgue e alle uscite della Slaughter Productions. Le schede che inquadrano i singoli progetti sono agili e scorrevoli e il testo si presta a una lettura enciclopedica, capace di fornire preziose e precise informazioni tanto ai collezionisti e appassionati, quanto ai neofiti.

La lettura del libro fa però sorgere evidentemente delle domande sull’eredità di questo patrimonio musicale e (contro)culturale. Oggi cosa è rimasto di quegli anni Ottanta? L’autore accenna solo in parte alla cosa mostrando delle continuità con certe sperimentazioni odierne come l’Italian Occult Psychedelia, ad esempio. Alcuni protagonisti purtroppo non ci sono più, come Pierpaolo Zoppo fondatore dei Mauthausen Orchestra. C’è chi come Teho Teardo ha trovato il successo e la fama per nuove strade. Lo stesso Maurizio Bianchi nel 1984 si ritirò dopo la sua conversione ai testimoni di Geova. Anche lui continuò la sua carriera come musicista ritornando sulle scene nel 1997, ma passando per altre strade più rassicuranti rispetto ai suoi primi scioccanti lavori.

C’è solo da augurarsi che giovani di vent’anni aprano la capsula temporale e rimettano mano a certe sonorità ed estetiche in maniera originale e personale. In fondo, i tempi in cui viviamo non sono poi diversi da quelli che generarono la “rivolta Industrial”: disgregazione della società moderna occidentale, disoccupazione, paura per una guerra mondiale devastante e imminente, bigottismo religioso monoteista in forte ascesa, democrazie con tendenze autoritarie, pervasività dei media, ipocrita e falso buonismo, basso nichilismo e indifferenza come tratti della mediocrità comune al potere (mediocrazia) cui bisognerebbe ribellarsi con la forza (e lo stile) del ribelle di jüngeriana memoria.

All’estero sta emergendo sempre di più un interesse per la musica Industrial, ibridata con diversi aspetti della musica elettronica ed elettroacustica e/o a forme di neo/post punk. Documentari come Industrial Soundtrack For The Urban Decay hanno mostrato come l’Industrial primigenio avesse soprattutto dei contenuti comuni (al di là delle diverse forme espressive) e delle urgenze che non potevano andare disattese, ieri come oggi. Quindi ben venga anche in Italia un ritorno non solo delle forme espressive, ma anche di quei contenuti essenziali alla base della controcultura (post-)industriale come colonna sonora delle resistenza estetica allo stato di cose presenti. Prendere in mano il libro di Ambrosini è il primo necessario passo per capire come fare.

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