EP

Rrose – For Aquantice

Written by Futurismi

E’ sempre difficile parlare di Rrose. Provate a descrivere una persona, anche dettagliatamente, e avrete sempre la sensazione di tralasciare un aspetto importante, uno strato distintivo. Non per distrazione, o per pigrizia, ma perché considererete “distintiva” una cosa discapito di un’altra come conseguenza del vostro utilizzo del vostro sistema percettivo. Rrose ci regala sempre molto da analizzare, da ricordare, a cui fare riferimento. Non necessariamente in un contesto prettamente musicale: è l’ “Uno Nessuno Centomila” della sperimentazione techno, e sembra attingere, a livello metafisico, da concetti espressi da Jane Roberts in “The Nature of Personal Reality”. Si coglie una coerenza di fondo nei suoi lavori, e di certo questo non è affatto inaspettato: la tensione continua tra ripetizione e cambiamento, tema di base dei dischi targati Sandwell District, o in chiave un po’ più dancefloor-oriented, dei primissimi Ostgut Ton; un grande amore per l’ascolto in solitaria a casa, ma anche un interesse nel vedere le reazioni di un corpo soggetto alla stimolazione musicale insieme ad altri corpi in uno stesso ambiente. La coerenza risiede anche nella concettualità delle sue opere: ascoltate “Waterfall”, e vivrete davvero la sensazione catartica di una cascata che si infrange sulla vostra testa e le vostre spalle; passate a “Secretion”, e vi ritroverete nel vostro letto con la fastidiosissima sensazione di raffreddore (del corpo, o dell’anima?…) e naso chiuso. “For Aquantice” è un EP di tre tracce, che ci accoglie con “Levitate”. Tra sonorità da tempio orientale e vapori da navicella spaziale, le vibrazioni dei primissimi secondi sembrano tanto un tributo a “Music on a Long Thin Wire”, brano meravigliosamente utilizzato nell’intro di un indimenticabile podcast su Secret Thirteen. Lentamente ed inesorabilmente, altri livelli, o strati, si aggiungono con il passare dei secondi…basso, cassa, ed elementi percussivi di vario genere guideranno la transizione da “ascolto” ad “ascolto in movimento”. “Vellum” è una spirale di bleeps che ci catapulta nella potenza dei picchi musicali delle performance di un Jeff Mills, o nella follia estatica di “Psychik” di Terence Fixmer, o “Moon Obelisk” di Eomac, con un’invidiabile capacità di lasciare ad ogni suono il suo giusto spazio. Chiude “Signs”, la perfetta rappresentazione di “ripetizione e cambiamento” di cui sopra: un’idea semplice, poche note di un synth, come quelle di un “Alarm” di Robert Hood, che saggiamente, minuziosamente, continumanete manipolate, vi porteranno ad oscillare dolcemente, poi freneticamente, per finire a ballare come i pazzi. Un graditissimo ritorno, quello di Rrose, sempre lì a ricordarci, senza annoiarci mai, che siamo inevitabilmente destinati a scorrere da un punto ad un altro, ma che in quello scorrere esistono infiniti mondi.

 

It’s always quite hard to talk about Rrose. You can try to describe someone, even using all the possible details, but you’ll probably still have the feeling of having forgotten something important, some distinctive aspect. And not because you haven’t paid enough attention, but simply because, thanks to your perceptual system, you think of something as “distinguishing”, at the expense of something other.
Rrose always provides a lot of stuff one can analyze, remember, and refer to. Not necessarily within a strictly musical context: it’s the “One, No One and One Hundred Thousand” of techno experimentation, which seems inspired, in a metaphysical way, to Jane Roberts’s “The Nature of Personal Reality”. The underlying coherence is something common to all of his works, which is something not at all unexpected: ongoing tension between repetition and shake-up is the basic idea behind Sandwell District’s records, or in early Ostgut Ton’s ones, even though in a more dancefloor-oriented kind of way; perfect to listen to alone at home, but also interesting seeing what the reactions to the music stimulation applied to a number of bodies in the very same room would be.
Coherence pervades all of his works’ conceptualism: when listening to Waterfall you’ll actually get the feeling of the water roaring above your head; with Secretion you’ll find yourself in bed with an awful cold (condition of your body… or soul?) and a runny nose.
“For Aquantice” is a three-tracks EP, which opens with Levitate. With oriental-temple-sounds and space-ship vapors, the record’s first minutes seem as a tribute to “Music on a Long Thin Wire”, track which was masterfully used as the intro for an unforgettable podcast released on Secret Thirteen. More layers are added to the work as seconds go by: bass, beat and percussions of different kinds will take the lead of the transformation going from “listening” to “listening in motion”. Vellum is a bleep spiral which throws us in the middle of Jeff Mills’ performances’ musical peaks, or within Terence Fixmer’s Psychik’s ecstatic crowd or, again, Eomac’s Moon Obelisk, yet leaving room for each sound. Signs closes the release, perfectly picturing the aforementioned idea of “repetition and change”: a simple idea, a synth few notes, just like the ones in Robert Hood’s Alarm which will make you swing sweetly, then frantically until you’ll eventually find yourself dancing like a madman.
A more than pleasant coming back, Rrose’s. Reminding us that we are meant to flow from one point to the other, and that that flowing is made of different worlds.

 

 

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